La mia prima volta col lupo (e che non sia l'ultima)
Ricordo la prima volta che ho visto un lupo mentre camminavo. Non è facile spiegare quella sensazione. C’entra lo stupore, certo, ma anche qualcosa di più antico: attenzione, dubbio, studio reciproco.
Io guardavo lui. Lui guardava me. Poi se n’è andato.
Per un po’ non ne ho più visti, finché sono riuscito a fotografare questo individuo mentre attraversava la Statale Marsicana. Non posso saperlo, ma potrebbe essere uno dei lupi morti nell'aprile del 2026.
Avvelenato solo perché esiste.
E sapete una cosa? Sono stanco.
Di vedere l’ignoranza trattata come folklore, la crudeltà giustificata come buon senso, la conservazione liquidata come un capriccio da ambientalisti. Poi basta una mano vigliacca, una polpetta avvelenata, un gesto miserabile, per mettere a rischio il lavoro di anni.
Quando parli spesso di sostenibilità, coesistenza e tutela del territorio, certe notizie arrivano addosso in modo diverso. Ricordano una cosa amara:
costruire cultura richiede tempo, pazienza, alleanze e competenze.
Distruggerla può richiedere un attimo.

Vale la pena fermarsi e chiederci di cosa stiamo parlando. Dei lupi, certo. Ma soprattutto del tipo di comunità che vogliamo essere nei territori che abitiamo.
Una comunità sana non elimina ciò che la mette a disagio.
Impara a gestire il conflitto, a conoscere, a prevenire, a pretendere regole, controlli e responsabilità. La coesistenza con i grandi carnivori non è una favola romantica:
è una prova di maturità collettiva.
Significa accettare che il territorio non sia fatto a nostra misura e smettere di risolvere la complessità con la violenza.
Il modo in cui trattiamo la fauna racconta molto del modo in cui trattiamo tutto il resto: l’ambiente, le comunità locali, la fragilità, ciò che non possiamo controllare del tutto.
Se davanti a un problema la risposta è eliminare, avvelenare, semplificare, allora il problema non sono i lupi. Il problema siamo noi.
Una società moderna si misura anche da quello che riesce a non distruggere.